Mario Cavalli e la casa editrice Levante: “Vedremo quello che si può fare”
VITTORIO POLITO - L’ultima domenica di agosto 2001 - almeno questi sono
i miei ricordi in riferimento all’anno - mi trovavo in prossimità del Castello
Svevo e, avendo incontrato un amico che mi riferiva di essere appena uscito
dall’azienda di don Mario Cavalli, decisi di passare anch’io da casa Levante.
Premesso che allora i rapporti con la famiglia Cavalli erano di pura
conoscenza, non di amicizia come ora, mi ritrovai in un regno fatto di libri e
macchine, carta e scaffalature.
Don Mario e i figli stavano organizzando il lavoro per il mercoledì successivo, giorno deputato alla riapertura, quando sarebbero tornati dalle ferie tutti i collaboratori.
Feci il nome della persona che mi aveva indirizzato in azienda e don Mario fu contento tanto da affermare che fino a qualche anno prima, questo comune amico, era una presenza fissa nei giorni festivi. Aveva iniziato a diradare da quando era diventato ... ‘pescatore’.
La disponibilità dei Cavalli fu subito totale e così scoprii una realtà forse solo apparentemente (poco) barese: l’usanza di ricevere amici e clienti nei giorni festivi, sabato e domenica, in modo da non togliere spazio al lavoro settimanale.
Nonostante fosse ancora agosto, periodo notoriamente riservato alle vacanze, non sembrava casa Levante, ma porto Levante e fino alle 13.30, orario in cui sono andato via, ho conosciuto tanti giornalisti, nel tempo divenuti ... colleghi, e tanti scrittori... da considerarmi, già da allora, della famiglia.
Ricordo che quel giorno Cavalli ad una signora che aveva telefonato in azienda chiedendo del marito, chiamandola per nome, disse: “Se tuo marito viene da me, senza che glielo abbia prescritto il medico, vuol dire che è felice di farlo e se un uomo è felice lo devono essere anche le persone che gli vogliono bene”.
Anni dopo, quando ho recensito su ‘Barisera’ il volume dell’on. Pisicchio dal titolo “La mela dolce. Il diritto costituzionale alla felicità” (Levante Bari, 2012), mi sono ricordato dell’episodio perché il libro chiosava che il fine della politica fosse la felicità. Partendo da presupposti diversi forse don Mario e l’onorevole volevano farci capire quanta soggettività vi fosse nella ricerca della felicità. In tutti questi anni sono tornato tante volte, sopratutto il sabato, nell’azienda di via Napoli ove ho conosciuto molte persone ed appreso parecchi episodi di vissuto quotidiano che poi ho utilizzato nel costruirmi una vita piena ed operosa da pensionato che cerca di dare sfogo alle sue curiosità senza timore di avventurarsi per sentieri sconosciuti.
Sono stato omaggiato di tanti libri dalla casa editrice Levante che mi hanno piano piano convinto che fosse naturale ‘scadenza’ cimentarmi nella veste di scrittore. Per realizzare ciò mi è stato indispensabile l’aiuto di Gianni Cavalli che, per farmi sentire titolare nella squadra, mi ha presentato persone che avevano vissuto il mio stesso percorso. Gianni in questo è speciale: coopera, aiuta, consiglia facendo in modo che non sembri sia un sostegno, ma una collaborazione migliorativa ‘partorita’ di comune accordo. Consentitemi di mettervi al corrente di due vicende di cui sono stato testimone, in presa diretta, nell’azienda di don Mario.
Una volta mi ha presentato un professore di latino e greco, di cui non rammento il cognome, che volle raccontarmi a tutti i costi l’episodio che gli aveva fatto conoscere oltre mezzo secolo prima Mario Cavalli. Il professore aveva necessità di pubblicare, in tempi brevi, un libro con oltre 30 pagine di testo tutto in greco. Per un lavoro precedente era stato a Roma ed in treno, nel tornare a Bari, aveva conosciuto un giornalista famoso che gli aveva riferito che nell’azienda di Mario Cavalli stampavano giornali e libri con celerità e precisione, anche in lingue straniere, greco compreso. E così fu. A queste parole don Mario ci invitò a seguirlo in un lato dell’azienda e, presa una cassa da un bancone, ci fece vedere delle lettere greche, sul tipo di quelle che erano servite per quel libro. Le accarezzava con cura e, forse, riconoscenza... chissà!
Inutile precisare che il professore disse che una volta i concorsi erano a carattere nazionale e si facevano a Roma, non come ora... Rivolto a don Mario puntualizzò quest’uomo, come me del resto, ha lavorato duramente per arrivare ad essere qualcuno e deve dire grazie solo alla sua tenacia e concluse con una frase in latino che non capii. (Nonostante avessi detto al docente che i miei studi non contemplavano lingue classiche... a piccoli intervalli continuava ad emettere citazioni). Quando andò via, dopo aver abbracciato Don Mario, mi salutò con una stretta di mano pregna di un calore ed un affetto che ancora oggi non riesco a dimenticare. In seguito don Mario mi disse che il soggetto era un grande uomo: corretto, severo, dignitoso, inflessibile... specialmente con gli studenti poco disposti all’impegno.
Per restare in argomento l’altro episodio di cui voglio farvi partecipe si intitola: “Don Mario fa i miracoli”. Quando mi è stato presentato questo insigne docente parlando di don Mario disse per me quest’uomo “ha fatto il miracolo”. Proverò a raccontarvi la storia precisando che io sono riuscito a metterla a fuoco dopo molte spiegazioni; spero di essere abbastanza chiaro da farvela apprezzare. Ricordo il cognome del professore e l’anno cui si riferisce l’accaduto e lo tengo per me.
Una sera di un anno del secolo scorso questo docente si presentò dagli editori Levante per ritirare le quattro copie di un libro che avrebbe dovuto depositare il giorno dopo per partecipare ad un concorso (Nei ricordi di Gianni Cavalli questo era già un primo miracolo perché il libro era stato confezionato in quattro giorni). Quella sera la richiesta del professore fu di voler aggiungere una ventina di pagine... per il giorno dopo.
Subito i figli di don Mario evidenziarono “l’impossibilità della richiesta per qualsiasi azienda al mondo”, anzi Gianni si spinse oltre evidenziando che una persona di buon senso non avrebbe inoltrato l’istanza.
Gli animi si riscaldarono e, per ammissione dello stesso professore, vi fu un vivace scambio di idee fra lui e Gianni Cavalli, notoriamente, all’epoca, “il vulcano” dell’azienda.
Don Mario congedò il professore, del cui padre era amico, con un: “vedremo quello che si può fare”. A questo punto è stato Raffaele Cavalli a venire in mio soccorso con precise ed esaurienti spiegazioni tecniche. In quel periodo da Levante erano “sfornate” giornalmente, al servizio di varie testate locali, più pagine della stessa “Gazzetta del Mezzogiorno”. Per questo erano disponibili parecchie linotype. (Questo particolare è fondamentale per la riuscita dell’impresa).
Don Mario valutato che le macchine da stampa erano tutte programmate per entrare in funzione la mattina seguente, ritenne che bisognava tentare con un metodo antidiluviano: il tirabozze. Divise il testo in due e lo affidò a due linotypisti, i più bravi, in modo da avere nella notte più tempo per le operazioni successive. Furono tirate le bozze che furono corrette da Gianni: ‘vox populi’ garantisce infallibile “cecchino” nello scovare gli errori. Riscontrate le correzioni Cavalli impaginò e risultarono ventiquattro pagine; quindi servendosi di un buon tirabozze stampò singolarmente le pagine prima da una parte e poi dall’altra, aspettando un po’ di tempo fra le due operazioni per consentire alla carta di asciugarsi; mi è stato spiegato che perfino per un addetto ai lavori con grande esperienza si tratta di lavoro irto di difficoltà perché “una cosa è la bozza, altra la stampa”.
Don Mario dopo aver provveduto ad allargare il dorso della copertina del libro, in modo da poter ospitare le ventiquattro pagine in più, cercò di cucire in qualche modo i fogli sciolti prima di incollarli e mettere la copertina. La perfezione di Don Mario lo portò a far aggiungere anche la riga del nuovo capitolo nell’indice. Con una operazione tutta a mano, nel senso che composta la riga di piombo fu intrisa nell’inchiostro e con polso fermo fu stampata su carta.
In sostanza alle 8,30 del giorno dopo don Mario tagliò le quattro copie alla presenza del professore che ritenne di aver avuto un piccolo piacere; in seguito percepì le dimensioni del miracolo. Don Mario aveva passato in azienda una nottata intera, felice di non aver deluso le aspettative dell’amico. Il docente in questione nel salutare Gianni Cavalli disse “voglio darle un consiglio: faccia l’avvocato non è per lei dirigere un’azienda”, al che il giovane Cavalli, quello conosciuto come Livalca, rispose “lo stesso dicasi per lei” e con una risata, che nel tempo è divenuta sempre più espansiva, si strinsero la mano.
Coloro che hanno conosciuto Mario Cavalli comprendono bene che non saranno certo le mie parole a far cambiare il giudizio su un uomo che, come mi fu riferito nella Basilica di San Nicola, “faceva professione di fede, lavorando con fede” e la mia testimonianza è solo quella di un individuo che ritiene di aver ritrovato il gusto della vita avvicinandosi a mestieri che, almeno nel mio caso, possono fare la felicità. Se è vero che per ognuno vi è qualcuno sempre, a ciascuno il suo.
Con onestà devo ammettere che la mia ‘voglia’ di pubblicare libri mi è stata non trasmessa, ma avviata dalla professionalità della casa editrice Levante. Fu il grande Vito Maurogiovanni che, con grande amicizia, mi disse fidati di loro, anzi vai direttamente da Gianni Cavalli: “… legge tutto con modestia e riservatezza e ti aiuta materialmente ad evitare parole che potrebbero se, pur involontariamente, creare problemi”.
Gianni, come lo appellano tutti, trova soluzioni che non cambiano la sostanza, ma evitano interpretazioni ‘degenerative’ (fu un vecchio cultore della carta stampata che mi ragguagliò di come godesse della fiducia dei tanti direttori di giornali locali che chiudevano pagine delle loro testate; spesso l’impaginato, prima di andare in stampa, necessitava di tagli che dovevano lasciare spazio a piccole notizie, quelle note come ultim’ora. Bisognava essere veloci, bravi ed efficienti per fare gli interessi di tutti: giornale, lettori ed azienda grafica, senza alterare il senso dello scritto. Riusciva, mi è stato riferito da addetti ai lavori, perfino a soddisfare le richieste di giornalisti esigenti come Giovanni Modesti: il direttore del periodico ‘La città nuova’ era poco incline a manomissioni esterne, ma si fidava del giovane Cavalli). Lo stesso famoso giornalista Antonio Rossano, da me conosciuto proprio una domenica in casa Levante, un giorno che facemmo un pezzo di strada insieme a piedi (lui procedette per via Dalmazia, nelle vicinanze Rai) a definirli “attivi operatori di pace non solo editoriale, ma anche sociale”. Mi confidò che una delle cose più interessanti della sua giornata era la telefonata quotidiana mattutina (minimo 30 minuti alle 6,30) con Gianni Cavalli “… m’illumina, con carta ed inchiostro, immensamente ogni mattina”. L’azienda fino alla morte del fondatore ha visto la supervisione di don Mario su tutto, ma ha uno dei protagonisti più silenziosi ed operosi in Raffaele Cavalli, Lello per tutti, che, oltre ad essere esperto di amministrazione, è dotato di grande competenza per tutto ciò che riguarda l’arte tipografica prima e quella informatica poi: con calma e precisione risolveva problemi, non accettando consigli ‘profani’, ossia se sei incompetente fai meglio a non proferire parola. Come non parlare di Irene Cavalli, la docente che dirigeva molte collane mantenendo i rapporti con l’ambiente universitario, dietro un sorriso disarmante nascondeva una notevole attitudine al comando. Insomma la squadra Cavalli cavalcava l’onda Levante con grande compattezza, poi, non certo per timore degli ostacoli, ma solo perché le figlie hanno intrapreso altre strade ed i nipoti, sono troppo piccoli e vivono da Roma in su, si è deciso per un riposo cosciente dettato dalla malattia chiamata ‘vecchiaia’.
Per fare un buon lavoro, secondo Mario Cavalli, era “indispensabile adattare ogni cosa nello spazio che avevi a disposizione, evitando di sottrarlo agli altri”, in questo modo la PACE scaturiva naturalmente: PACE sia.
Don Mario e i figli stavano organizzando il lavoro per il mercoledì successivo, giorno deputato alla riapertura, quando sarebbero tornati dalle ferie tutti i collaboratori.
Feci il nome della persona che mi aveva indirizzato in azienda e don Mario fu contento tanto da affermare che fino a qualche anno prima, questo comune amico, era una presenza fissa nei giorni festivi. Aveva iniziato a diradare da quando era diventato ... ‘pescatore’.
La disponibilità dei Cavalli fu subito totale e così scoprii una realtà forse solo apparentemente (poco) barese: l’usanza di ricevere amici e clienti nei giorni festivi, sabato e domenica, in modo da non togliere spazio al lavoro settimanale.
Nonostante fosse ancora agosto, periodo notoriamente riservato alle vacanze, non sembrava casa Levante, ma porto Levante e fino alle 13.30, orario in cui sono andato via, ho conosciuto tanti giornalisti, nel tempo divenuti ... colleghi, e tanti scrittori... da considerarmi, già da allora, della famiglia.
Ricordo che quel giorno Cavalli ad una signora che aveva telefonato in azienda chiedendo del marito, chiamandola per nome, disse: “Se tuo marito viene da me, senza che glielo abbia prescritto il medico, vuol dire che è felice di farlo e se un uomo è felice lo devono essere anche le persone che gli vogliono bene”.
Anni dopo, quando ho recensito su ‘Barisera’ il volume dell’on. Pisicchio dal titolo “La mela dolce. Il diritto costituzionale alla felicità” (Levante Bari, 2012), mi sono ricordato dell’episodio perché il libro chiosava che il fine della politica fosse la felicità. Partendo da presupposti diversi forse don Mario e l’onorevole volevano farci capire quanta soggettività vi fosse nella ricerca della felicità. In tutti questi anni sono tornato tante volte, sopratutto il sabato, nell’azienda di via Napoli ove ho conosciuto molte persone ed appreso parecchi episodi di vissuto quotidiano che poi ho utilizzato nel costruirmi una vita piena ed operosa da pensionato che cerca di dare sfogo alle sue curiosità senza timore di avventurarsi per sentieri sconosciuti.
Sono stato omaggiato di tanti libri dalla casa editrice Levante che mi hanno piano piano convinto che fosse naturale ‘scadenza’ cimentarmi nella veste di scrittore. Per realizzare ciò mi è stato indispensabile l’aiuto di Gianni Cavalli che, per farmi sentire titolare nella squadra, mi ha presentato persone che avevano vissuto il mio stesso percorso. Gianni in questo è speciale: coopera, aiuta, consiglia facendo in modo che non sembri sia un sostegno, ma una collaborazione migliorativa ‘partorita’ di comune accordo. Consentitemi di mettervi al corrente di due vicende di cui sono stato testimone, in presa diretta, nell’azienda di don Mario.
Una volta mi ha presentato un professore di latino e greco, di cui non rammento il cognome, che volle raccontarmi a tutti i costi l’episodio che gli aveva fatto conoscere oltre mezzo secolo prima Mario Cavalli. Il professore aveva necessità di pubblicare, in tempi brevi, un libro con oltre 30 pagine di testo tutto in greco. Per un lavoro precedente era stato a Roma ed in treno, nel tornare a Bari, aveva conosciuto un giornalista famoso che gli aveva riferito che nell’azienda di Mario Cavalli stampavano giornali e libri con celerità e precisione, anche in lingue straniere, greco compreso. E così fu. A queste parole don Mario ci invitò a seguirlo in un lato dell’azienda e, presa una cassa da un bancone, ci fece vedere delle lettere greche, sul tipo di quelle che erano servite per quel libro. Le accarezzava con cura e, forse, riconoscenza... chissà!
Inutile precisare che il professore disse che una volta i concorsi erano a carattere nazionale e si facevano a Roma, non come ora... Rivolto a don Mario puntualizzò quest’uomo, come me del resto, ha lavorato duramente per arrivare ad essere qualcuno e deve dire grazie solo alla sua tenacia e concluse con una frase in latino che non capii. (Nonostante avessi detto al docente che i miei studi non contemplavano lingue classiche... a piccoli intervalli continuava ad emettere citazioni). Quando andò via, dopo aver abbracciato Don Mario, mi salutò con una stretta di mano pregna di un calore ed un affetto che ancora oggi non riesco a dimenticare. In seguito don Mario mi disse che il soggetto era un grande uomo: corretto, severo, dignitoso, inflessibile... specialmente con gli studenti poco disposti all’impegno.
Per restare in argomento l’altro episodio di cui voglio farvi partecipe si intitola: “Don Mario fa i miracoli”. Quando mi è stato presentato questo insigne docente parlando di don Mario disse per me quest’uomo “ha fatto il miracolo”. Proverò a raccontarvi la storia precisando che io sono riuscito a metterla a fuoco dopo molte spiegazioni; spero di essere abbastanza chiaro da farvela apprezzare. Ricordo il cognome del professore e l’anno cui si riferisce l’accaduto e lo tengo per me.
Una sera di un anno del secolo scorso questo docente si presentò dagli editori Levante per ritirare le quattro copie di un libro che avrebbe dovuto depositare il giorno dopo per partecipare ad un concorso (Nei ricordi di Gianni Cavalli questo era già un primo miracolo perché il libro era stato confezionato in quattro giorni). Quella sera la richiesta del professore fu di voler aggiungere una ventina di pagine... per il giorno dopo.
Subito i figli di don Mario evidenziarono “l’impossibilità della richiesta per qualsiasi azienda al mondo”, anzi Gianni si spinse oltre evidenziando che una persona di buon senso non avrebbe inoltrato l’istanza.
Gli animi si riscaldarono e, per ammissione dello stesso professore, vi fu un vivace scambio di idee fra lui e Gianni Cavalli, notoriamente, all’epoca, “il vulcano” dell’azienda.
Don Mario congedò il professore, del cui padre era amico, con un: “vedremo quello che si può fare”. A questo punto è stato Raffaele Cavalli a venire in mio soccorso con precise ed esaurienti spiegazioni tecniche. In quel periodo da Levante erano “sfornate” giornalmente, al servizio di varie testate locali, più pagine della stessa “Gazzetta del Mezzogiorno”. Per questo erano disponibili parecchie linotype. (Questo particolare è fondamentale per la riuscita dell’impresa).
Don Mario valutato che le macchine da stampa erano tutte programmate per entrare in funzione la mattina seguente, ritenne che bisognava tentare con un metodo antidiluviano: il tirabozze. Divise il testo in due e lo affidò a due linotypisti, i più bravi, in modo da avere nella notte più tempo per le operazioni successive. Furono tirate le bozze che furono corrette da Gianni: ‘vox populi’ garantisce infallibile “cecchino” nello scovare gli errori. Riscontrate le correzioni Cavalli impaginò e risultarono ventiquattro pagine; quindi servendosi di un buon tirabozze stampò singolarmente le pagine prima da una parte e poi dall’altra, aspettando un po’ di tempo fra le due operazioni per consentire alla carta di asciugarsi; mi è stato spiegato che perfino per un addetto ai lavori con grande esperienza si tratta di lavoro irto di difficoltà perché “una cosa è la bozza, altra la stampa”.
Don Mario dopo aver provveduto ad allargare il dorso della copertina del libro, in modo da poter ospitare le ventiquattro pagine in più, cercò di cucire in qualche modo i fogli sciolti prima di incollarli e mettere la copertina. La perfezione di Don Mario lo portò a far aggiungere anche la riga del nuovo capitolo nell’indice. Con una operazione tutta a mano, nel senso che composta la riga di piombo fu intrisa nell’inchiostro e con polso fermo fu stampata su carta.
In sostanza alle 8,30 del giorno dopo don Mario tagliò le quattro copie alla presenza del professore che ritenne di aver avuto un piccolo piacere; in seguito percepì le dimensioni del miracolo. Don Mario aveva passato in azienda una nottata intera, felice di non aver deluso le aspettative dell’amico. Il docente in questione nel salutare Gianni Cavalli disse “voglio darle un consiglio: faccia l’avvocato non è per lei dirigere un’azienda”, al che il giovane Cavalli, quello conosciuto come Livalca, rispose “lo stesso dicasi per lei” e con una risata, che nel tempo è divenuta sempre più espansiva, si strinsero la mano.
Coloro che hanno conosciuto Mario Cavalli comprendono bene che non saranno certo le mie parole a far cambiare il giudizio su un uomo che, come mi fu riferito nella Basilica di San Nicola, “faceva professione di fede, lavorando con fede” e la mia testimonianza è solo quella di un individuo che ritiene di aver ritrovato il gusto della vita avvicinandosi a mestieri che, almeno nel mio caso, possono fare la felicità. Se è vero che per ognuno vi è qualcuno sempre, a ciascuno il suo.
Con onestà devo ammettere che la mia ‘voglia’ di pubblicare libri mi è stata non trasmessa, ma avviata dalla professionalità della casa editrice Levante. Fu il grande Vito Maurogiovanni che, con grande amicizia, mi disse fidati di loro, anzi vai direttamente da Gianni Cavalli: “… legge tutto con modestia e riservatezza e ti aiuta materialmente ad evitare parole che potrebbero se, pur involontariamente, creare problemi”.
Gianni, come lo appellano tutti, trova soluzioni che non cambiano la sostanza, ma evitano interpretazioni ‘degenerative’ (fu un vecchio cultore della carta stampata che mi ragguagliò di come godesse della fiducia dei tanti direttori di giornali locali che chiudevano pagine delle loro testate; spesso l’impaginato, prima di andare in stampa, necessitava di tagli che dovevano lasciare spazio a piccole notizie, quelle note come ultim’ora. Bisognava essere veloci, bravi ed efficienti per fare gli interessi di tutti: giornale, lettori ed azienda grafica, senza alterare il senso dello scritto. Riusciva, mi è stato riferito da addetti ai lavori, perfino a soddisfare le richieste di giornalisti esigenti come Giovanni Modesti: il direttore del periodico ‘La città nuova’ era poco incline a manomissioni esterne, ma si fidava del giovane Cavalli). Lo stesso famoso giornalista Antonio Rossano, da me conosciuto proprio una domenica in casa Levante, un giorno che facemmo un pezzo di strada insieme a piedi (lui procedette per via Dalmazia, nelle vicinanze Rai) a definirli “attivi operatori di pace non solo editoriale, ma anche sociale”. Mi confidò che una delle cose più interessanti della sua giornata era la telefonata quotidiana mattutina (minimo 30 minuti alle 6,30) con Gianni Cavalli “… m’illumina, con carta ed inchiostro, immensamente ogni mattina”. L’azienda fino alla morte del fondatore ha visto la supervisione di don Mario su tutto, ma ha uno dei protagonisti più silenziosi ed operosi in Raffaele Cavalli, Lello per tutti, che, oltre ad essere esperto di amministrazione, è dotato di grande competenza per tutto ciò che riguarda l’arte tipografica prima e quella informatica poi: con calma e precisione risolveva problemi, non accettando consigli ‘profani’, ossia se sei incompetente fai meglio a non proferire parola. Come non parlare di Irene Cavalli, la docente che dirigeva molte collane mantenendo i rapporti con l’ambiente universitario, dietro un sorriso disarmante nascondeva una notevole attitudine al comando. Insomma la squadra Cavalli cavalcava l’onda Levante con grande compattezza, poi, non certo per timore degli ostacoli, ma solo perché le figlie hanno intrapreso altre strade ed i nipoti, sono troppo piccoli e vivono da Roma in su, si è deciso per un riposo cosciente dettato dalla malattia chiamata ‘vecchiaia’.
Per fare un buon lavoro, secondo Mario Cavalli, era “indispensabile adattare ogni cosa nello spazio che avevi a disposizione, evitando di sottrarlo agli altri”, in questo modo la PACE scaturiva naturalmente: PACE sia.